ABSTRACT

 

Istria d'amore, Editrice Santi Quaranta, 2012, pp 160

Ulderico Bernardi segna in Istria d’amore uno dei punti più alti e più belli della sua narrativa e del suo pensiero. Tutta l’opera è attraversata da un’elegia scabra e umanissima, dal sentimento del viaggio come metafora, dal paesaggio percepito come forza e geografia dell’anima; da un’Istria, terra veneziana e slava, mischiata di tante culture, piccolo specchio dell’universo; dall’attenzione privilegiata per le persone. È scrittore, non di frontiera, ma che allarga la frontiera e le frontiere per incontrare l’altro, la sua cultura e la sua identità in uno scambio persistente e amoroso di arricchimento reciproco. In Bernardi non ci sono radici provinciali, sospettose e misogine, non c’è il cosmopolitismo che nulla contiene. Questo autore, geniale e affettuoso, a suo modo battitore spericolato, si muove dal microcosmo istriano, magico frammento della molteplicità europea, registrando con il passo del pellegrino antico e del cantastorie contemporaneo tutte le ricchezze che scorge nel suo camminare sereno e pacato. E da qui sale un canto, il suo canto, per la bellezza e le bellezze tout-court che plasma e sublima in un sentimento di appartenenza cosmica e universale. Per questo egli si affida a tre numi tutelari che gli spianano continuamente la strada bianca del viaggio: Niccolò Tommaseo, sostenitore delle ‘piccole civiltà’ e del loro reciproco scambio culturale ed economico, della persona secondo la visione del cattolicesimo, nonché nemico di qualsiasi centralismo e nazionalismo; Fulvio Tomizza, segnato da un’istrianità plurima, sofferta e dolce, e Mircea Eliade da cui riceve l’autoctonia, cioè “un sentimento di struttura cosmica che supera di molto la solidarietà familiare e ancestrale”. Istria d’amore è perciò un’opera vivissima e palpitante, a tratti travolgente per la sua felicità narrativa, che apre a sempre nuovi orizzonti.

 
 

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